L'Ottocento
di Claudio Riva
Con l’avvento della dominazione austriaca, l’Imperial
Regio Governo riduce l’autonomia della Fabbrica in materia di
Cappella Musicale, avocando a sé la scelta del maestro entro
una terna proposta dalla Fabbrica.
Così, nel 1824 venne nominato Benedetto Neri, più volte
richiamato per aver trascurato l’educazione dei fanciulli; egli
si dimise nel 1841. Nella riforma voluta dal Governo nel 1824 e ufficializzata
nel nuovo Regolamento del 1846, venne finalmente soppresso l’impiego
dei castrati, definito l’organico della Cappella in soprani,
contralti, tenori e bassi, affidando le voci acute ai pueri della schola,
e imposto al maestro l’annuale composizione di messe e vesperi
da consegnare all’Archivio.
La vasta produzione del Neri e quella del suo successore Raimondo Boucheron
(1847-1876) si connota per una buona capacità tecnica e sensibilità musicale,
spesso, però, così intrisa di gusto vocalistico e di
modi operistici da renderla sì piacevole, ma poco idonea allo
spirito religioso.
Anche il Regno d’Italia conservò gli stessi diritti del
Governo austriaco. Furono in successione eletti maestri Guglielmo Quarenghi
(1877-1881), Pietro Platania (1881-1883) e Giuseppe Gallignani (1884-1891).
Si deve a un gruppo di musicisti, tra i quali lo stesso Gallignani
e, più tardi, il noto Lorenzo Perosi, se da Milano si posero
le basi della “riforma ceciliana”, e con essa la rifioritura
della musica sacra, grazie all’azione dell’Associazione
Santa Cecilia e alla battagliera rivista “Musica Sacra”.
Con la nomina a maestro di Salvatore Gallotti (1892-1928) e con la
sua produzione di grande dignità e talora di eccellenza – autonoma
rispetto alla riforma ceciliana, della quale condivise la serietà e
nobiltà della concezione musicale – la Cappella del
Duomo fu comunque una benemerita officina del rinnovamento liturgico
della musica e del canto. Il Gallotti, che assolse con impegno e saggezza
il compito dell’educazione musicale e umana dei pueri (che
, grazie alla loro abilità, furono chiamati a cantare alla Scala
e a Londra in opere teatrali), promosse una scuola di canto ambrosiano,
recuperò l’uso della polifonia classica e l’esecuzione
di musiche trascritte dalle partiture conservate nell’Archivio.